No Mean Scotland
La storia d’amore della crime fiction scozzese con il cuore di tenebra della crime fiction… e la mia storia d’amore con la crime fiction scozzese.
di Russel D McLean
Quando stavo crescendo, credevo che la crime fiction dovesse essere un genere narrativo completamente americano. Dopo tutto, mio padre mi aveva introdotto a questo genere attraverso la lettura di soli autori americani. Divorai Lawrence Block, Elmore Leonard e Raymond Chandler. Proseguii con James Ellroy e Dashiell Hammett. Probabilmente, a quel punto, conoscevo Los Angeles e New York meglio di quanto avessi mai conosciuto Edimburgo o Glasgow.
La maggior parte delle persone inizia la propria odissea noir scozzese con Ian Rankin o con Laidlaw di William McIlvaney, considerato un classico della moderna crime fiction. Non io. Io cominciai con un autore Revolver: un ragazzo di nome Allan Guthrie. Avevo ventitrè anni e lui mi aveva inviato una copia del suo secondo romanzo, Kiss Her Goodbye. A quel tempo, mi stavo facendo le ossa con le recensioni dei romanzi crime per un sito specializzato. E anche se la mia passione rimaneva per il crime in stile americano, la copertina di Kiss Her Goodbye solleticò la mia attenzione. Pubblicato dalla Hard Case Crime, il libro aveva un look da vecchio romanzo pulp americano che avevo imparato ad adorare. Non mi preoccupai nemmeno di capire se il contenuto del libro avrebbe rispecchiato quello che vedevo, semplicemente lo aprii e mi tuffai nella lettura.
La Edimburgo di Guthrie fu un’autentica rivelazione. Era un posto cupo, che mi rimandava alla New York che avevo conosciuto leggendo Lawrence Block o la San Francisco che avevo assaporato con Hammett. I suoi personaggi non erano i classici poliziotti inglesi o dei detective in erba. Erano molto più sporchi e disgustosi di quanto avessi mai letto fino a quel momento. Ma soprattutto erano interessanti. Erano reali. E, per Dio, quando si facevano male, si facevano male sul serio.
Finendo il libro, cominciai a chiedermi se non fossi stato troppo ingeneroso nel giudicare i miei compatrioti scozzesi. Volevo essere un autore di noir americano, ma forse potevo trovare tutta l’ispirazione di cui avevo bisogno proprio qui, sotto casa. Così la mia missione divenne trovare altri autori scozzesi di crime. E ciò che scoprii fu che – con poche eccezioni – gli scozzesi facevano noir di prima qualità. Sia che lo facessero con una strizzata d’occhi e un sorriso (come nel caso di Stuart MacBride, Donna Moore e Christopher Brookmyre) sia che invece si dedicassero ai temi più cupi, (Tony Black, Ray Banks, il già menzionato McIlvaney), sembravano assolutamente in grado di pugnalare il cuore oscuro che batteva nel petto di uomini e donne.
La nostra crime fiction non è semplicemente assassinio e morte. Scaviamo ben più a fondo di così, utilizzando la crime novel come uno strumento, ci sforziamo di comprendere e mettere in luce il modo in cui il crimine intacca la gente e la comunità. Utilizziamo la forma come uno specchio per riflettere un dramma. Preferiamo esplorare questioni psicologiche, filosofiche e politiche. E facciamo tutto questo con una certa soddisfazione.
Nessun altro a parte il “demon dog” del noir americano, James Ellroy, ha descritto il nostro Ian Rankin come “il re del tartan noir”. Si è trattato forse di uno scherzo, ma la definizione sembrava calzante e, nonostante nutrissi i miei dubbi su quell’etichetta, “tartan noir” è forse il termine migliore che abbiamo per descrivere la maggior parte dell’attuale generazione di autori noir. Abbiamo radici profonde nella nostra patria – le storie che scriviamo sono spesso unicamente scozzesi per tono, atmosfera, azione – eppure usiamo temi universali che impediscono ai nostri lavori di diventare parrocchiali. Scriviamo storie che potrebbero essere legate a qualsiasi altro luogo e che mantengono comunque un indubitabile senso di universalità.
Ma la questione rimane: cosa attrae gli autori scozzesi della mia generazione rispetto al modello noir del crimine? Che cosa ci spinge a esplorare gli aspetti più cupi del c. d. romanzo “mystery”?
Alcuni potrebbero dire che è il clima. Di fatto molti lo fanno. Del resto, non siamo un Paese noto per giornate brillanti e piene di sole. All’inizio del 2012, vento e pioggia sferzavano il Paese con un’intensità inattesa. Guidando per Glasgow con la mia ragazza, abbiamo visto sfilare case i cui tetti erano stati battuti da un vento che viaggiava a 150 km orari. Era terribile anche per gli standard scozzesi, ma allo stesso tempo non del tutto sorprendente. Siamo abituati ai venti intensi e a guidare con la pioggia, qui. Abbiamo perfino una nostra parola per le normali condizioni metereologiche: “dreich.” Come la maggior parte delle parole scozzesi, si tratta di un termine onomatopeico: suona esattamente per quello che è.
Questo spiega una parte della questione. Se vivi con questo tipo di tempo sei praticamente obbligato a sviluppare un’atteggiamento da “bicchiere mezzo vuoto”. E l’umor nero ha bisogno di farci i conti. Ma ci sono anche altri fattori. La Rivoluzione industriale nelle nostre città è stata prevalentemente condotta attraverso le fabbriche e il povero vivere negli slum e nei casermoni popolari. No Mean City, un romanzo pubblicato nel 1930, fa luce su questo aspetto del nostro Paese meglio di qualsiasi altro con le sue descrizioni della vita negli slum caratterizzata da crimini e violenza brutale. Ancor oggi, questo romanzo è il punto di riferimento per molti dei problemi di Glasgow, la nostra città più grande.
E poi c’è la vecchia battaglia con il Calvinismo; la religione che ancora assilla la mente degli Scozzesi oggi con le sue immagini di dannazione eterna e la promessa che alla fine siamo tutti peccatori, e saremo maledetti. Questo fatalismo e queste tenebre scorrono nella nostra crime fiction e rimandano ancor più indietro alla nostra letteratura classica. Confessioni di un peccatore impeccabile di James Hogg si rivela, anche di fronte allo sguardo più moderno, come un’analisi straordinaria di una mente egoista torturata e sconvolta dall’idea di redenzione e peccato. E come ha detto Ian Rankin, il romanzo funziona perfettamente come primo esempio di ciò che sarebbe diventato il moderno romanzo con la figura del Serial Killer.
Mescolate tutto questo insieme e avrete una nazione caricata con polvere da sparo e pronta ad esplodere noir potente e affilato. Gettate sulle nostre forche un pizzico di humour e avrete una tradizione di crime fiction che è in assoluto unicamente scozzese.
La scoperta del mondo della crime fiction scozzese mi ha spinto a trovare la mia voce. Mi sentivo libero di scrivere dei romanzi che non fossero la copia carbone di quelli firmati dagli autori che mi avevano ispirato inizialmente. Non potevo scrivere un thriller americano. Non sono americano. Ma potevo prendere gli stilemi noir e applicarli a un tipo di narrativa rispetto alla quale sono uno dei pochi ad avere i titoli per farlo.
Il risultato è stato L’impiccato, un romanzo intriso di peccato, redenzione, perdita e rabbia. Un libro violento che gioca, ma prova anche a porre delle questioni, sulla morale. Un romanzo che spero possa afferrare i lettori nel modo in cui gli autori che ammiro hanno afferrato me.
Nello scoprire la crime fiction scozzese, ho trovato una grande tradizione da cui imparare e che intendo proseguire. Sono orgoglioso di essere un autore crime scozzese, e sono onorato di aver avuto la chance di dare il mio contributo a quella che è una lunga e grande tradizione di noiristi scozzesi.
